Prodotti/Salute

‘New Cannabis Economy’, un business miliardario, ma è tutto oro quello che luccica?

In Italia ormai è un boom, un argomento all’ordine del giorno per la stampa: il business della cannabis light che sembra aver conquistato l’intero paese, a tutti i livelli della filiera produttiva.

Questo lo scenario: a partire dalla legge 242 del 2016 sulla canapa industriale, poi entrata in vigore nel gennaio 2017, che ammette la commercializzazione della cannabis con un livello di THC entro lo 0,2, (con una soglia di tolleranza che arriva allo 0,6), il mercato è esploso e i fiori di cannabis che fino a poco prima erano del tutto inutili, in men che non si dica si sono trasformati in una miniera d’oro.

I possibili usi della cannabis sativa sono tantissimi, dalla produzione di vestiti, mattoni ecosostenibili, prodotti alimentari – peraltro gluten free – e ancora creme, olii e prodotti di bellezza fino ad arrivare alle infiorescenze con lo scopo di profumare la biancheria o fare tisane e che, nella maggior parte dei casi, vengono acquistate per essere fumate. Ebbene sì, perché anche se la marijuana legale non è considerata un prodotto da fumo, in realtà è conosciuta e apprezzata per questo scopo dalla maggior parte delle persone, anche se deprivata del principio attivo più conosciuto: il THC. La cannabis light praticamente ha un effetto rilassante, di cui tra l’altro molte ricerche mediche stanno dimostrando gli effetti benefici, senza provocare quel senso di sconvolgimento tipico dell’ “erba tradizionale”.

Il giro d’affari che ruota intorno alla ‘new canapa economy’ è piuttosto elevato, si parla di circa 40 milioni di Euro, e questo giustifica il fatto che in soli 5 anni i terreni coltivati a canapa sono quadruplicati, passando da 400 ettari nel 2013 ai quasi 4mila stimati per il 2018. Come ha sottolineato la Coldiretti in uno studio dedicato, si tratta di produzioni innovative, nate con scopi ben diversi dal fumo.

Tornando all’oggi, la diffusione commerciale sta avvenendo molto rapidamente, in tutta Italia, con l’apertura di tantissimi nuovi esercizi commerciali (tanto che il fenomeno ha destato anche l’interesse del New York Times). Con prezzi che, nei “grow shop”, vanno dai 10 ai 15 euro al grammo, a seconda della qualità.

Dato questo scenario e dal momento che alcuni prodotti derivati dalla cannabis sono arrivati ultimamente anche nel circuito delle tabaccherie, è di pochi giorni fa la posizione presa dalla Federazione Italiana Tabaccai che, sin dal principio, aveva espresso tramite il presidente Giovanni Risso, forti perplessità in materia: “Senza entrare nel merito della legalità, in attesa di un parere delle autorità competenti, sconsigliamo i tabaccai dal vendere prodotti a base di cannabis light”. E nel frattempo, alcuni tabaccai sono stati multati per aver venduto un prodotto “surrogato del tabacco in assenza di una disposizione esatta a livello nazionale” perché, come specificato dall’Aams, “per la vendita di tabacchi e liquido per sigarette elettroniche è necessario passare dal deposito fiscale locale, l’unico autorizzato a distribuire i lavorati da fumo tra i rivenditori” con il rischio per i tabaccai colti in flagrante non solo di incorrere in una sanzione pecuniaria, ma anche di perdere la licenza.

Ludovica Palmieri

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