Policy/Prodotti/Salute/Tabacco

Sigaretta elettronica, molto più di un bene voluttuario

di Ludovica Palmieri

Dopo lunghe discussioni, il dado è tratto e la Corte Costituzionale martedì ha sciolto i nodi sollevati dal Tar Lazio sulla legittimità della tassazione per le e-cig, con la sentenza 240, depositata ieri a firma del redattore Giuliano Amato e del presidente Paolo Grossi.

Dal 2014 i produttori di sigarette elettroniche, riuniti in Anafe, l’associazione nazionale dei produttori di fumo elettronico, segnalano l’incongruità del nuovo regime fiscale, introdotto dal decreto legislativo 188, che ha modificato il decreto legislativo 540 del 1995, che equipara i liquidi con nicotina a quelli privi di tale sostanza. Anafe ha sottolineato come una scelta del genere non solo sia estremamente disincentivante verso coloro che desiderano passare all’elettronica per ridurre il consumo di tabacco ma si dimostra anche sorpassata rispetto alle tendenze europee, dal momento che in alcuni paesi, come la Gran Bretagna, le sigarette elettroniche sono promosse come uno strumento di riduzione del rischio anche attraverso un regime fiscale adeguato. In più, nella maggior parte degli Stati le sigarette elettroniche non sono sottoposte ad alcuna tassazione. Infatti è ormai ufficialmente stabilito che le e-cig sono al 95% meno dannose rispetto a quelle tradizionali, e dunque il loro utilizzo dovrebbe essere incentivato dallo Stato, e non il contrario.

Dal canto suo, la Corte Costituzionale dichiara di riconoscere il diverso impatto sulla salute umana del fumo tradizionale e di quello elettronico, come dimostrato dalla sentenza 83 del 2015 che aveva censurato una precedente normativa che disponeva identica aliquota per i prodotti del tabacco e sigarette elettroniche. Secondo la Corte, la sentenza depositata martedì, effettua una differenziazione ragionevole» tra sigarette elettroniche e tradizionali, «fondata sul diverso processo di assunzione del fumo elettronico e del fumo da sigarette tradizionali, quest’ultimo ritenuto più dannoso per la salute del consumatore». «Per tale motivo, non a caso, l’imposta di consumo sui prodotti liquidi da inalazione è stata fissata in misura ridotta rispetto a quella prevista per i prodotti tradizionali da fumo, in virtù dell’assenza di combustione».

Per motivare la sentenza i giudici hanno affermato che la direttiva Ue 2014/40 «ha riconosciuto che le sigarette elettroniche possono diventare prodotto di passaggio verso la dipendenza dalla nicotina e il consumo di tabacco tradizionale». Al di là della veridicità di questa affermazione, che va in contrasto con numerose ricerche scientifiche recenti, ciò che colpisce della sentenza depositata martedì è la legittimazione dell’«ampia discrezionalità» che spetta al legislatore nell’applicare ai liquidi senza nicotina «la medesima aliquota impositiva dei liquidi nicotinici… » che intende colpire «beni del tutto voluttuari, immessi in consumo dai fabbricanti e dai produttori, che per ciò stesso dimostrano una capacità contributiva adeguata, così come i consumatori finali sui quali viene traslata l’imposta». In sostanza dunque, la sigaretta elettronica viene considerata un oggetto del tutto superfluo e dunque, in quanto tale, destinato ad una fascia di consumatori che hanno piena capacità contributiva.

In più, concludono i giudici «la finalità secondaria di tutela della salute propria dell’imposta di consumo, che già di per sé giustifica l’imposizione sui prodotti nicotinici, legittima anche l’eventuale effetto di disincentivo, in nome del principio di precauzione, nei confronti di prodotti che potrebbero costituire un tramite verso il tabacco». Ebbene, questo rappresenta proprio il nodo cruciale della faccenda, nella misura in cui, al contrario, proprio per tutelare la salute pubblica, la sigaretta elettronica e i liquidi senza nicotina andrebbero promossi attraverso un regime fiscale adeguato.

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