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Vaping? La repressione non è la soluzione.

La storia lo dimostra, il proibizionismo non è mai stata una soluzione di governo efficace e, il più delle volte, ha sortito l’effetto opposto a quello desiderato.

Sabato prossimo, 27 maggio, è prevista anche in Gran Bretagna, l’entrata in vigore della nuova Direttiva sui Prodotti del Tabacco che, oltre a regolamentare ulteriormente la vendita e la distribuzione dei prodotti connessi al fumo tradizionale, affronta anche una serie di questioni legate al vaping. La nuova normativa prevede, in particolare, una serie di gravi restrizioni che, se attuate, potrebbero mettere seriamente in crisi la giovane industria del vaping, non ancora al decimo anno di attività. A partire da sabato, infatti, secondo quanto previsto dalla nuova regolamentazione, saranno disponibili sul mercato inglese, unicamente dispositivi caratterizzati da serbatoi dalla capienza ridotta ad un massimo di 2ml. Non è difficile immaginare il disagio che tale cambiamento comporterà per i vapers costretti, non solo a ricaricare continuamente la loro e-cig, ma anche ad uscire muniti di più flaconcini di liquido di ricarica, considerando che anche quelli potranno avere una capienza massima di 2ml.

Richard Hyslop, direttore dell’Independent British Vape Trade Association – ente che rappresenta quasi la metà di tutti i vape shop presenti sul territorio britannico – affronta la questione partendo da presupposti fermi. In primis, in termini di Salute Pubblica, l’unico parametro per valutare il successo del vaping è quello di considerare il numero di fumatori che lo hanno scelto a discapito delle vecchie sigarette. In secondo luogo, comparare a livello legislativo le sigarette elettroniche a quelle tradizionali è del tutto improprio non solo nell’ambito della prevenzione sanitaria, ma anche in termini pratici, nella misura in cui per fumare occorre semplicemente accendere la sigaretta, mentre per svapare è necessaria una preparazione che, con il diminuire delle dimensioni dei dispositivi e dei contenitori per i liquidi di ricarica, potrebbe diventare un tantino noiosa.

Bisogna poi riconoscere, continua Hyslop, che la maggior parte di coloro che scelgono la sigarette elettronica come strumento per smettere di fumare, generalmente iniziano utilizzando alte percentuali di nicotina (in UK anche più del 20 %), per poi diminuirle gradualmente, fino ad arrivare ai liquidi zero nicotina.

Ma c’è di più, perché le limitazioni forzate e le politiche esageratamente restrittive non hanno mai ottenuto gli effetto sperati, anzi semmai hanno indotto reazioni totalmente opposte a quanto previsto dalla legge.

In questo caso, Hyslop è molto chiaro nel delineare lo scenario che si profila in seguito ai cambiamenti previsti dalla legge che, sostanzialmente, sarebbe caratterizzato da tre possibilità. Partendo dal presupposto che i consumatori non sono disposti a cambiare le loro abitudini da un giorno all’altro, come la percentuale di nicotina favorita oppure la dimensione del flacone di ricarica, essi potrebbero iniziare a produrre artigianalmente i liquidi, a partire da miscele acquistate su internet (che, nella maggior parte dei casi, non rispettando gli standard di sicurezza previsti dalla legge, possono rivelarsi nocive), oppure potrebbero acquistare direttamente i liquidi di ricarica sul mercato nero, alimentando da una parte l’illegalità e dall’altro andando ad esporre la propria salute a rischi sempre più alti, o ancora, in alternativa, potrebbero optare alle sigarette tradizionali.

Tutti e tre i casi rappresentano un’evidente regressione rispetto al successo nella lotta al tabacco ottenuto utilizzando ufficialmente l’e-cig come strumento per smettere di fumare, considerando che, nella solo Gran Bretagna, il vaping ha aiutato più di un milione e mezzo di persone ad abbandonare le classiche bionde.

Leggi anche: E-cig: uno strumento per “dire no” al tabacco

Premesso anche che diversi studi scientifici hanno ormai dimostrato che il vaping è al 95% meno dannoso per la salute del fumo tradizionale, sanzionarlo ed imbrigliarlo in una normativa complessa e macchinosa non gioverebbe proprio a nessuno neanche in termini economici. La riforma, infatti, comporterebbe un crollo del settore del vaping, la chiusura di molti negozi specializzati ed anche il proliferare del mercato nero o dell’e-commerce internazionale a discapito delle casse statali.

Tutte queste considerazioni dovrebbero far riflettere anche il legislatore italiano su quanto, nel nostro paese, il settore del vaping sia fortemente penalizzato dall’attuale sistema fiscale, mentre una tassazione nuova determinerebbe una ripresa del settore, vantaggiosa per tutta l’economia nazionale.

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