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Philip Morris, alla conquista del Governo all’ombra della Ferrari

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Gli americani in Italia fanno uno dei mestieri più antichi del mondo, quello del lobbista. Ma hanno un vantaggio enorme sui concorrenti: si presentano con il biglietto da visita della Ferrari.

A metà settembre, a Bologna, il sistema del tabacco s’è riunito in conclave. E per festeggiare l’assemblea, carovana in autobus per una cena sponsorizzata da Philip Morris, la multinazionale americana che macina affari in Italia e che in consiglio d’amministrazione accoglie e coccola Sergio Marchionne . Non a Roma, né a Milano. A Bologna, per questioni di comodità e di influenze. In provincia, a Zola Pedrosa, c ‘ è uno stabilimento di Philip Morris che produce sigarette senza combustione, con una cialda. Fu il taglianastri Matteo Renzi a inaugurare il capannone da seicento posti, legati in futuro pure ai favori che il governo italiano può concedere agli americani con sede a Ginevra. E poi c’è il museo “Enzo Ferrari ” di Maranello, nel modenese, non lontano da Bologna.

Tutti gli allievi del manager bresciano Tra foto, trofei e cimeli, in quelle stanze austere s’è tenuta la cena dei più solventi produttori di sigarette. E pensare che il vecchio Ferrari tollerava soltanto il fumo delle marmitte addosso ai bolidi del Cavallino. Quest’episodio, in apparenza marginale, ci introduce nel ginepraio dei legami complessi e molto stretti fra il marchio Ferrari, la famiglia Agnelli e il gigante del tabacco. Ormai Philip Morris è di casa a Maranello: non siede ai tavoli principali, li apparecchia. Non soltanto perché da quasi vent ‘ anni versa 80 milioni l’anno (ultimo accordo fino al 2018) per sfruttare le similitudini cromatiche, il rosso di Ferrari e quello Marlboro, o perché il carissimo consigliere Marchionne è anche il capo di Maranello. Philip Morris è di casa a Maranello perché Maranello s’è messa in casa Philip Morris. E non importa che il logo non compaia più sui pantaloni dei piloti o sugli alettoni.

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Lo snodo è Maurizio Arrivabene. Il dirigente mago del marketing e delle relazioni (leggi lobby), che fa parte anche del cda della Juventus, è il capo delle corse dall’avvento di Marchionne. Il bresciano, dagli uffici di Losanna in Svizzera, ha scalato le gerarchie di Philip Morris fino ai vertici mondiali. Per cinque anni, Arrivabene ha rappresentato in Formula 1 le aziende che fanno pubblicità al circo di Bernie Ecclestone. Un contratto da stagista, offerto a un ragazzo, ha accelerato la carriera di Arrivabene. Grazie al suggerimento di un amico, Umberto Agnelli mandò in Philip Morris il figlio Andrea. Un giovane di 26 anni con scarsa passione per lo studio e senza una collocazione precisa nel regno di famiglia. Arrivabene svezzò l’erede, che in PM ha trovato una moglie e un amico. Adesso Emma Winter è un’ex moglie. E Francesco Calvo, genio del marketing alla Juventus passato al Barcellona, è un ex amico, visto che la moglie di Calvo è la nuova fidanzata di Agnelli. I sentimenti non s’incastrano bene con questa vicenda. C’è l’astuzia di Arrivabene, senz’altro, la scaltrezza di un uomo che ha allevato i pargoli più ambiti d’Italia.

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Anche Michele Giraudo, figlio di Antonio, ex direttore generale della Juventus debellato da Calciopoli nell’organigramma e nella memoria storica, è cresciuto in Philip Morris alle dipendenze di Arrivabene. E così Enzo Ferrari, l’omonimo pronipote del capostipite, il nipote di Piero, azionista di Ferrari e vice di Marchionne a Maranello. Quando il Cavallino gli ha affidato il destino delle rosse, Arrivabene ha lasciato gli incarichi in Philip Morris, ma non ha smesso di lavorare accanto a Michele Giraudo. Perché la multinazionale del tabacco ha promosso il biondo Michele direttore degli eventi in Formula 1. Giraudo junior può approfittare degli accordi milionari fra PM e il Cavallino e distribuire per questa via inviti nei box dei circuiti a ministri, politici, diplomatici, lobbisti, durante le gare di Formula 1 in 20 diversi paesi del pianeta dal Messico al Giappone, dagli Stati Uniti al Bahrein. Il numero di Arrivabene ce l’avrà, se proprio non riesce a far valere il peso degli 80 milioni che Philip Morris versa a Ferrari. Michele Giraudo ha mollato una poltrona identica in Moto Gp, cioè in Ducati, principale destinatario del denaro di PM. Nessun pericolo. Philip Morris ha spedito l’altro Enzo Ferrari nel mondiale delle due ruote.

Gli agganci col governo per dominare il mercato. Matteo Renzi ha conosciuto Arrivabene durante il Gran Premio di Monza, ma con Marchionne ha rapporti frequenti e, più che buoni, idilliaci. Questo scenario è perfetto per agevolare le pressioni che Philip Morris deve esercitare in Italia per presidiare un mercato che genera 14 miliardi di euro di tasse. E non è fortuita la coincidenza che, ancora a settembre, ma stavolta al Forum Ambrosetti a Cernobbio, vicino al premier Renzi ci fosse il greco André Calantzopoulos, amministratore delegato di Philip Morris. Gli americani acquistano in Italia il tabacco (circa 400 milioni l’ultima commessa, officiata dal premier in persona), aprono fabbriche, brevettano sistemi di tracciabilità per la lotta al contrabbando, tentano di condizionare il sistema di tassazione. È uno dei mestieri più antichi del mondo, il lobbista. Ma quelli di Philip Morris hanno un vantaggio enorme sui concorrenti: si presentano con il biglietto da visita della Ferrari e, in calce, le firme di Arrivabene e Marchionne.

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Fonte: Carlo Di Foggia / Carlo Tecce – Il Fatto Quotidiano

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