Tabacco

Philip Morris, l’AD Sidoli attacca le sigarette elettroniche

pmi fake

La testata è importante, Capital, patinata come i tempi in cui venne fondata, gli edonisti anni ’80. Anche il soggetto intervista lo è: si tratta di Eugenio Sidoli, amministratore delegato di Philip Morris Italia. L’occasione è la presentazione degli investimenti di PMI in Italia e il push per i nuovi prodotti a tabacco cosiddetto riscaldato, su cui la multinazionale USA punta per il proprio futuro.

Solo che forse Eugenio Sidoli, invece di occuparsi della propria azienda che tanto sta investendo nel nostro paese (500 milioni per la fabbrica a Crespellano e altrettanti per l’acquisto di tabacco italiano), ha pensato ancora una volta di volgere la propria attenzione a quello che evidentemente PMI considera il nemico pubblico numero uno per il proprio business: la sigaretta elettronica e chi la produce (ed anche chi la usa).

Non certo una novità. Del resto da anni si rincorrono le voci (non confermate) che la maxi tassazione sulle e-cig sia stata posta tra le condizioni di alcuni investimenti, come più volte – per un certo periodo in concorso con i tabaccai, che invece oggi vedono nelle e-cig un’opportunità – si racconta in ambienti istituzionali (non ufficialmente) che i lobbisti di PMI sarebbero gli ispiratori dell’ultimo Decreto Legislativo che ha cercato (senza riuscirci) di seppellire il settore e-cig.

Una linea che parrebbe essere confermata dal recente invio da parte di Philip Morris al Parlamento britannico di indicazioni, all’interno di una consultazione pubblica, per l’imposizione di tasse sulle e-cig. tasse che in Europa sono state applicate unicamente da Italia e Portogallo, in entrambi casi in maniera fallimentare e a danno di tutti i soggetti coinvolti: produttori, negozianti, consumatori e anche per gli stessi uffici fiscali nazionali. Tasse che però hanno ottenuto quello che secondo alcuni osservatori era l’obiettivo originale: impedire gli investimenti e la crescita da parte delle aziende e-cig e mantenere il settore in una sorta di far west.

Quelle che però da alcune parti potrebbero essere considerate chiacchiere o ipotesi, improvvisamente assurgono a possibili realtà leggendo gli attacchi diretti dell’AD di PMI alle e-cig, con tanto di ennesimo tentativo di far passare le iQOS, un prodotto a base di tabacco e non certo una sigaretta elettronica, proprio per quest’ultima!

Ecco le incredibili parole di Sidoli estratte dall’intervista rilasciata a Capital (articolo scaricabile in .pdf).

Philip Morris International, che già aveva uno stabilimento di eccellenza a Bologna (Intertaba) per la produzione di filtri, ha deciso di creare qui il suo hub internazionale per produrre la prima sigaretta senza combustione, che però contiene ancora tabacco e non estratti di nicotina, mantendendone l’aroma, il sapore e le sensazioni. Un cambio di paradigma. 

[iQOS] Si compone di un holder elettronico in cui va inserito uno stick simile a una sigaretta, lungo circa 5 centimetri. L’holder sviluppa un calore controllato, senza però arrivare alla combustione, evitando cioè il processo responsabile della formazione della maggior parte delle sostanze dannose durante il fumo [l’unico studio peer reviewed esistente sulla questione dice invece che le heat not burn emettono le stesse sostanze della combustione, NdR].

Ma che cosa differenzia l’Iqos dalle sigarette elettroniche?
Gli stick contengono tabacco, non estratti di nicotina. Le sigarette elettroniche oggi in commercio sono meno vicine al gusto e alla sensazione di una vera sigaretta rispetto al nostro holder. E gran parte degli estratti di nicotina provengono dalla Cina…

Non è facile trasformarsi da multinazionale del fumo a marchio pulito e sano.
Lavoriamo da quasi vent’anni a un cambio di paradigma. Due anni fa c’è stato il boom delle sigarette elettroniche, perché rientrano in un mercato poco regolamentato [evidentemente il dott. Sidoli non è a conoscenza della regolamentazione abbondante prevista per le e-cig, NdR] e quindi aperto al grande consumo. Non è così per Philip Morris Italia, che garantisce oltre 7 miliardi di gettito fiscale allo Stato italiano.

Nota: Philip Morris è presente nel mercato delle e-cig sia negli Stati Uniti che in Spagna (brand Solaris). Mai sentita un’azienda che attacca un proprio prodotto alle basi. Sempre che lo stesso non debba solo rappresentare uno specchietto per le allodole, essendo infatti noto che l’unico obiettivo è sempre e soltanto l’aumento della vendita di sigarette tradizionali, cercando invece di far passare un prodotto del tabacco come iQOS come una sigaretta elettronica (basti vedere il titolo).

Nelle risposte che seguono il lettore può farsi un’idea di come probabilmente si sia arrivati ad un determinato regime fiscale su tabacco riscaldato e sigarette elettroniche. Peccato che il tutto non sia passato attraverso un dibattito pubblico che chiarisse se ci siano accordi precisi (ad es. investimenti connessi a regime fiscale favorevole) e che andasse a verificare l’impatto reale su altri settori (ad es. le migliai di posti di lavoro persi nel settore e-cig e gli oltre 200 milioni non entrati nelle case dello Stato).

Perché Philip Morris ha scelto di produrre in Italia?
Avere un polo internazionale di eccellenza a Bologna ci ha avvantaggiato, ma devo dire che tutte le istituzioni hanno fatto la loro parte. La Regione Emilia-Romagna ha garantito tempi certi per la realizzazione e i ministeri dello Sviluppo economico, dell’Agricoltura e delle Finanze si sono attivati con decisione.

La posta in gioco era appunto alta: 500 milioni di investimento, 600 posti di lavoro, 7 miliardi di gettito fiscale.
E un polo produttivo che crea know-how a livello internazionale, che abbiamo già preparato sul posto attivando prima il centro di formazione per i primi lanci. Entro fine anno apriremo le prime linee produttive dello stabilimento vero e proprio, il Greenfield.

Il progetto prevede anche investimenti sino a 500 milioni per sostenere la coltivazione e acquistare tabacco prodotto in Italia.
Investiremo circa 80 milioni l’anno per un massimo di 500 milioni di euro da qui al 2020. L’obiettivo è creare e sostenere una filiera che ci garantisca un prodotto di alta qualità. E ricordo che coltivazione e prima lavorazione del tabacco in Italia coinvolgono circa 25mila addetti.

Del resto sul tema fiscale in relazione ai “tabacchi da inalazione senza combustione” in Italia il CEO di Philip Morris International, Andre Calantzopoulos è stato chiaro nella “Lettera agli azionisti” sul Report Annuale 2014 depositato alla Security Exchange Commission americana. Il CEO infatti ammette espressamente che la sua azienda  ha portato avanti un’attività di “advocacy” – termine più leggero di “lobbying”, e traducibile come “promozione di interessi” – “per uno scenario fiscale appropriato per iQOS, assistendo a sviluppi positivi in Giappone e Italia, paese nel quale le Marlboro HeatSticks sono assoggettate di fatto ad un’accisa inferiore se paragonate alle sigarette tradizionali”. Incredibilmente Calantzopoulos si è anche lamentato per le tempistiche, in quanto la sua azienda ha ottenuto il tutto “ad una velocità inferiore a quanto ci saremmo aspettati”. Solo in Italia…

Arnaldo Selmosson

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