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La guerra del tabacco alla resa dei conti | Il Garantista

Di rado intervengono pubblicamente, quasi mai prendono posizione, spesso agiscono all’ombra dei palazzi. Ma i risultati li ottengono, eccome. Sono le lobby del tabacco. Considerate tra le corporazioni più silenziose e potenti, da circa due anni stanno scontrandosi in una vera e propria battaglia senza quartiere per salvaguardare (dal loro punto di vista, s’intende) un mercato che in Italia vale solo di imposte circa 12 miliardi di euro.

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British American Tobacco, Imperial Tobacco, ma soprattutto Philip Morris stanno giocando una partita che entro la fine dell’anno dovrebbe avere un solo vincitore. Che potrebbe essere anche il solo superstite. Tra investimenti e nuovi brevetti, tutte e tre a loro modo vogliono partecipare, chi affiancando la politica e chi invece confrontandosi col mercato e i consumatori. Philip Morris, ad esempio, ha inaugurato in pompa magna, alla presenza del premier Renzi, un nuovo stabilimento in Emilia: 600 lavoratori per un investimento di mezzo miliardo di euro. Pmi ha inoltre annunciato che sino al 2020 acquisterà soltanto tabacco di provenienza italiana per un ammontare di altri 500 milioni di euro. Imperial Tobacco ha scelto invece di arpionare il mercato delle sigarette elettroniche attraverso la controllata Fontem Ventures: è diventata la prima multinazionale a lanciare una ecig, puntando sul ben rodato canale delle tabaccherie con il benestare della Federazione Italiana Tabaccai. Proprio la Fit, dopo anni di aspre polemiche e contrapposizioni, ultimamente pare aver accettato la coesistenza tra tabacco e prodotti elettronici, probabilmente visto anche il successo che quest’ultime stanno avendo tra i consumatori. Che significa, di conseguenza, margini di guadagno anche per i tabaccai.

Il terzo attore in campo, British American Tobacco, parrebbe trovare qualche problema ad inserirsi nello spazio lasciato sgombero dalle altre due concorrenti. Già nel 2014 aveva annunciato la produzione di un device elettronico, ma a tutt’oggi non si è ancora visto nulla. Per contro, lo stabilimento produttivo di Lecce, seppur ceduto, è costantemente sull’orlo del fallimento tanto che i lavoratori sono in mobilitazione oramai da mesi.

Quarto protagonista è la Confindustria, attraverso la sua associazione Anafe che raggruppa i produttori del settore fumo elettronico. Dopo un biennio florido, da fine 2013 ad oggi si sono trovati stretti nella morsa del fisco, colpiti da leggi “ad personam” redatte proprio per colpire un settore reputato foriero denaro nelle casse erariali. Ma che in realtà ha invece contribuito ad affossarlo, causando la chiusura di circa mille punti vendita e la fuga all’estero, attraverso i siti di ecommerce, di circa l’80 per cento dei clienti. Basti pensare che nel primo semestre 2015, il gettito derivante dai liquidi da inalazione per e-cig è stato pari a soli 3,4 milioni di euro (contro i 115 milioni di europrevisti). Il Mef giustifica il mancato introito accusando contenziosi e “comportamenti elusivi” degli operatori, senza però specificare che, a seguito della tassazione che ha più che raddoppiato i prezzi al dettaglio, l’80 per cento del mercato si è spostato all’estero. E tutto questo è accaduto con il silenzio dell’Agenzia dei Monopoli, l‘organo preposto al controllo.

Sino a fine anno, dunque, saranno due le grandi partite aperte. La prima, relativa alla trasposizione della Direttiva 2014/40 (prodotti del tabacco), che trasformerà e cambierà radicalmente l’industria del tabacco e delle sigarette elettroniche. Le nuove norme, ad esempio, proibiranno la vendita di pacchetti di sigarette da dieci e di flaconi di liquidi per ecig superiore ai 10 millilitri. Come dire: “Poniamo un limite minimo per le sigarette ma uno massimo per il fumo elettronico”, dando così attuazione alla classica teoria dei due pesi e due misure. Il vero confronto si avrà nella prima decade di settembre, quando si terrà il Tavolo interministeriale sul tema. Ma ad oggi non c’è ancora un’intesa tra il Ministero della Salute, Ministero dell’Agricoltura e Ministero delle Finanze: una soluzione che possa accontentare tutti sembrerebbe impossibile, anche perché si parla contestualmente di salute, tasse e lavoro. Tirando la coperta da una parte immancabilmente si lascia scoperto l’altro lato. Visto il recente accordo in materia di vendita delle piante di tabacco, sembrerebbe che Philip Morris possa ottenere udienza costruttiva con due ministeri su tre, rivestendo così di riflesso un ruolo privilegiato alle orecchie del premier.

La seconda partita, più immediata e di maggior impatto sulle casse di Stato e aziende, è quella fiscale. Il tema accise del tabacco sembrava fosse stato chiuso lo scorso dicembre con la pubblicazione, dopo lungo e sofferto percorso, del Dlgs 188/2014. Un decreto che ha visto un pesante scontro di lobby tra Pmi e Bat: la prima voleva un aumento dell’accisa specifica a vantaggio delle sigarette a prezzo più alto, la seconda impegnata a ridurre al minimo l’aumento già deciso. Ad uscirne vincitori sono state entrambe le multinazionali: se è vero che l’aumento è stato minimo, è anche vero che la Pmi ha ottenuto una bassissima tassazione sul suo riscaldatore di tabacco, uno strumento che non è classificato come sigaretta elettronica (perché non vaporizza) ma che, pur essendo alimentato con foglie di tabacco, ha ottenuto un regime fiscale di favore. Che la vicenda sia poco chiara è parsa evidente anche ad alcuni esponenti del Pd: Marco Causi (ora vicesindaco di Roma) e Sabrina Capozzolo hanno interrogato il ministero Padoan sulla reale entità delle entrate erariali da tabacco e da sigaretta elettronica. Ciò che non torna loro è come possa essere accaduto che per due volte in poco più di un anno il governo introduce una tassa e per due volte i Tribunali la dichiarano illegittima.

A livello di tabacchi le notizie per Philip Morris, che sperava come detto in una revisione verso l’alto dell’accisa specifica, non sono state confortanti. Infatti, a seguito del Dlgs 188/2014 “vi è stato un aumento medio dei prezzi del 3,21 per cento con una contrazione delle vendite dell’1,3 per cento” con maggiori entrate “per un totale di 159,7 milioni di euro”. Un risultato superiore a quanto previsto nella relazione tecnica che stimava invece un maggior gettito pari a 84 milioni di euro e che quindi renderebbe ingiustificabile una riapertura del dossier, nonostante le richieste di Pmi. Richieste senza dubbio pressanti se si considera che all’interno dei Palazzi circolano decine di lobbysti della Philip Morris in numero superiore a quello di tutte le altre multinazionali messe insieme. Il problema, però, non è tanto nel numero dei lobbysti o della loro presenza. E’ piuttosto la loro riconoscibilità e regolamentazione. In uno Stato dove non c’è nulla da nascondere, la presenza di un lobbysta significa semplicemente trasparenza e liceità. Il grande limite italiano è non saper riconoscere un lobbysta – colui che lavora per curare gli interessi di una azienda agli occhi delle istituzioni – da un affarista, ovvero colui che opera all’ombra delle istituzioni per curare i propri interessi.

Fonte: Stefano Caliciuri – Il Garantista

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