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Ora i signori del tabacco scommettono sugli svapatori | La Stampa

“Entro 10 anni potremmo avere solo sigarette elettroniche”

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«In dieci anni potremmo avere solo svapatori». A prevedere il cambiamento epocale per i fumatori non è qualche produttore di sigarette elettroniche ma Susan Cameron, la signora a capo della Reynolds, società produttrice di tradizionali «bionde», controllata al 42% da British American Tobacco, la multinazionale che produce Lucky Strike e altri marchi. Sembrerà strano in Italia, dove il numero degli svapatori si è dimezzato, crollando a soli 255 mila in due anni. Ma il vento fuori di qui sta girando e le 4 grandi sorelle che controllano un mercato del tabacco da 800 miliardi di dollari hanno iniziato a investire in ecig e simili.

Dopo aver osteggiato con tutti i mezzi i pionieri della sigaretta elettronica, è iniziata la campagna di acquisizioni e le «Big-tobacco» si sono messe a investire decine di miliardi di dollari nella ricerca di nuovi prodotti capaci di catturare i fumatori tradizionali con marchingegni sempre più simili per gusto e forma alle bionde. Un cambio di strategia imposto da un mercato del tabacco che, tra proibizionismo e consapevolezza dei danni alla salute, va sempre più restringendosi. In Italia le vendite di sigarette sono passate dai 90 miliardi del 2004 ai 74 del 2014.

Calo inarrestabile anche negli altri Paesi. Negli Usa gli ultimi tre anni hanno visto scendere del 20% il consumo di sigarette tra i ragazzi delle superiori e triplicare quello delle e-cig. Un destino segnato Come dire che, continuando di questo passo, per il tabacco il destino è segnato. E le grandi multinazionali lo hanno capito per tempo.

La Imperial Tobacco ha avviato un’operazione da 7,1 miliardi di dollari per far sua «Blu eCig», società americana numero uno del mercato mondiale del fumo virtuale. Nel frattempo ha speso 75 milioni per acquistare brevetti dalla Dragonite di Hon Lik, l’inventore della sigaretta elettronica. Japan Tobacco ha acquisito le e-Lites e ha iniziato a investire forte in prodotti che scaldano invece che bruciare il tabacco. Gli addetti ai lavori le chiamano «heat not burn» e la numero uno mondiale delle bionde, Philip Morris, ha prima acquistato «Nicocigs», una delle realtà del fumo elettronico in maggior crescita, e poi ha lanciato sul mercato iQos, una sigaretta con il logo Marlboro che a induzione scalda il tabacco senza bruciarlo e quindi senza produrre sostanze cancerogene. Per questo, e perché iQOS è prodotta in Italia con investimento da 500 milioni, ha un trattamento fiscale di favore. Le similsigarette Imperial (Gauloises e John Player Special) ha puntato insieme ad altre big sulle «cigalike », sigarette elettroniche a tutti gli effetti, copia per dimensioni delle classiche bionde, e con la controllata Fontem Ventures ha già immesso sul mercato italiano JAI.

«Ma la ciga-like è considerata sempre più un punto di partenza e non di arrivo», chiarisce Bonnie Herzog, principale analista mondiale del settore tabacco. Che entro 10 anni vede il sorpasso dei prodotti a vapore sulle tradizionali sigarette, ma «con prodotti completamente diversi che entreranno nel mercato entro il 2023». Nei laboratori delle 4 sorelle si stanno mettendo a punto e-cig che abbiano da un lato la maneggevolezza delle sigarette vere e proprie e dall’altro siano capaci di immettere nei nostri polmoni una quantità di vapore e di nicotina che rendano la svapata più vicina alla classica «tirata».

Il dado è tratto. Il vapore è passato di moda dove si è remato contro ma in Gran Bretagna, dove ciò non è avvenuto, i consumi sono passati in tre anni dal 6,7% al 17,6%. E se le «Big tobacco» inizieranno a usare buona parte dei loro budget miliardari del marketing per il vapore, le cose sono destinate a cambiare velocemente.

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