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Sigaretta elettronica, così brucia il mercato | Il Fatto Quotidiano 

L’appuntamento è fissato tra giovedì e martedì prossimo. Secondo quanto filtra dal Tesoro, il sottosegretario all’Economia, Paola De Micheli, farà il primo passo per risolvere un pasticcio che rischia di complicarsi. Dall’altra parte del tavolo, ci sarà il variegato mondo delle sigarette elettroniche, che minaccia sfracelli dopo che la Consulta ha bocciato la supertassa che ha paralizzato un settore già in crisi, portandolo quasi al collasso.

Partita riaperta
Il buco è di 117 milioni l’anno. Da dicembre c’è una nuova imposta, ma anche questa rischia di essere travolta dalla sentenza: equipara le e-cig ai prodotti del tabacco

Quella sulle pensioni, infatti, non è l’unica mina che il governo deve disinnescare. Sulle e-cig si rischia un nuovo contenzioso che potrebbe bloccare un mercato, che adesso dà segnali di ripresa. Ora, infatti, non ci sono più solo i piccoli: anche le multinazionali hanno fiutato l’affare.

Andiamo con ordine. Giovedì la Corte Costituzionale ha bocciato la supertassa decisa da un decreto del governo Letta, che imponeva un prelievo del 58,5 per cento sul prezzo di vendita. Le tasse sulle sigarette – si legge nella sentenza – trovano “giustificazione nel disfavore nei confronti di un bene riconosciuto come gravemente nocivo per la salute”, ma “tale presupposto non è ravvisabile in relazione al commercio di prodotti contenenti altre sostanze” diverse dalla nicotina. Tanto più che la tassa si applicava anche all’hardware, come il carica batteria o il cavo per collegarlo al dispositivo.
Tassarli come fossero prodotti del tabacco, per i giudici costituzionali è stato “del tutto irragionevole”.

Il buco per il 2014 vale 117 milioni di euro, mentre nel 2015 sono a rischio i 115 milioni, e questo nonostante la norma sia stata superata a dicembre scorso dal decreto di riordino delle accise. Le associazioni del settore, come Anafe (Confidustria), ma anche Imperial Tobacco ritengono che anche la nuova tassazione rischia di essere travolta dalla sentenza. La genesi di una norma che portò produttori e rivenditori di e-cig a protestare a oltranza sotto Palazzo Chigi andrebbe studiata. Solo due anni fa il mercato esplodeva, e la scritta e-cig campeggiava ovunque.

Oggi, dei 4.000 punti vendita, ne sono rimasti un migliaio, gli addetti sono calati di oltre due terzi (siamo a 2.500) e il fatturato nel 2014 è sceso a 300 milioni, dai 450 del 2013 (nei primi sei mesi del 2015 è in calo del 60%). La tassa ha molti padri: fu sponsorizzata da uno schieramento trasversale che annoverava nomi importanti, dall’ex sottosegretario all’Economia Alberto Giorgetti all’ex tesoriere dei Ds Ugo Sposetti, per finire alla potente Federazione dei tabaccai, a cui la vecchia legge vietava la vendita di e-cig (e che invece ora, saltato il divieto, stanno entrando nell’affare), con una sponda anche negli ambienti dei Monopoli. Già nell’aprile 2013, Giorgetti provò a inserire la norma nel decreto pagamenti del governo Monti. Niente da fare. A Giugno, arrivato al ministero riesce a farla passare nel decreto “Iva e lavoro”. Perfino quando in Commissione Bilancio passa un emendamento – a firma Pd – che riduce la tassa al 25% (dal 58,5 iniziale), una manina cancella tutto nella legge di stabilità. La super imposta – denunciarono le associazioni – avrebbe ammazzato il mercato, con rincari del 250%. Così è stato.
Ora il governo ha due problemi: coprire il buco e disinnescare i contenziosi per il futuro. Per il 2014, l’impatto è limitato, visto che lo stesso Tesoro ammette curiosamente di non averci mai contato: finora, dei 117 milioni ne sono stati versati solo “7.392 euro”. Su questo punto, però, l’esecutivo dovrà intervenire subito – probabilmente con un decreto – perché l’ammanco dovrà finire a bilancio. Per il 2015, il buco potrebbe attestarsi oltre i 100 milioni, visto che, secondo le associazioni, l’incasso non supererà gli 11 milioni. 

A dicembre, infatti, il travagliato decreto di riordino delle accise ha modificato l’imposta, equiparando le e-cig ai nuovi prodotti del tabacco, come ad esempio la sigaretta a cialda senza combustione prodotta dalla Philip Morris nel nuovo stabilimento di Crespellano a Bologna, inaugurato alla presenza del premier Matteo Renzi. Entrambe hanno incassato uno sconto del 50% sul prezzo di vendita, calcolato con un complessa procedura di equivalenza con le sigarette tradizionali, che premia soprattutto il colosso americano e di fatto lascia inalterata la tassa per i produttori di e-cig. Questi sono ricorsi di nuovo al Tar, che potrebbe pronunciarsi già ai primi di luglio.

Adesso, il governo Renzi vuole disinnescare il pericolo e, dopo lo scontro frontale ai tempi di Letta, chiede al settore una soluzione. Stavolta, infatti, in campo ci sono anche le multinazionali.   

 
Equiparare le e-cig ai prodotti del tabacco è sbagliato, ed è proprio la Corte a sostenerlo – spiega Valerio Forconi, di Fontem Ventures, la società con cui la multinazionale inglese Imperial Tobacco ha lanciato per prima in Italia la sua e-cig – Per noi devono essere tassate meno di qualsiasi altro prodotto del tabacco”. “Oltre ad azzoppare il mercato, la supertassa ha allargato a dismisura il mercato illegale – continua Forconi – ci sono siti che vendono prodotti senza alcun controllo, potenzialmente molto nocivi”. 
Stando ai dati, l’80% delle vendite passa ormai da qui. Due mesi fa, un circolare dei Monopoli aveva preannunciato controlli serrati, che però non sono mai partiti.

Imperial non è l’unica ad aver fiutato l’affare in un mercato che a livello mondiale nel 2013 valeva solo 1,5 miliardi di dollari, ma che nel 2048, secondo le stime di Bloomberg, sfiorerà i 48 miliardi. Stando a quanto ricostruito dal Fatto, entro fine anno anche colossi come Japan Tobacco (Camel) e British american tobacco (Lucky strike e Pall mall) faranno il loro ingresso in Italia. La prima con la sua E-Lites, la seconda con la Vype, che da un anno e mezzo è presente sul mercato inglese. Philip Morris, che ha fatto esordire la sua Solaris in Spagna, ci sta pensando. “Non abbiamo ancora una data precisa – spiega Giovanni Carucci, vicepresidente di Bat Italia per noi però l’importante è che ci sia chiarezza sulla tassazione”. Tocca al governo intervenire.

Fonte: Carlo Di Foggia – Il Fatto Quotidiano 

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