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La sigaretta elettronica che fine ha fatto? (GQ Italia)

Dopo la crisi del biennio 2013-2014, seguente al clamoroso boom di due anni prima, il settore sembra pronto alla risalita nonostante gli ultimi provvedimenti fiscali sulle ricariche. Grazie anche all’arrivo dei colossi del tabacco

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(@SimoneCosimi) Dopo il boom fra fine 2011 e 2013 – il biennio d’oro – quando sembrava che in ogni piazza e strada dovesse fioccare un negozio di sigarette elettroniche, la crisi nera. Innescata da una serie di fattori di diverso tipo: il caos legislativo sui divieti, le vendite e la pubblicità, quello fiscale con i tentativi di pesantissima tassazione, quello sanitario con pochi studi all’attivo e, ovviamente, la sovrabbondanza di punti vendita. Da circa quattromila esercizi il settore delle e-cig ha subìto un ridimensionamento intorno ai 1.200/1.600 negozi con un crollo del giro d’affari da circa 500 milioni di euro a 200 stando almeno ai dati Anafe, Associazione nazionale produttori fumo elettronico, branca di Confindustria. Oggi nel mondo delle sigarette elettroniche italiane lavorano circa 6.800 persone fra strutture commerciali e produzione diretta.

Eppure quelle che sembrerebbero le cifre di un flop di proporzioni mai viste, in grado di spazzare via un intero comparto, paiono costituire in realtà la tempesta necessaria alla rinascita. Che potrebbe arrivare proprio nei prossimi mesi. La storia del braccio di ferro fiscale con lo Stato è d’altronde lunga e complicata: l’esecutivo intervenne sulle e-cig dal gennaio 2014 con la celebre maxitassa del 58,5% applicata sia sui dispositivi che sui liquidi. Quel provvedimento fu bloccato dal Tar del Lazio ed è attualmente sospeso in attesa del pronunciamento della Corte costituzionale. L’attenzione dell’esecutivo è quindi tornata più di recente a concentrarsi sulle ricariche: è infatti di un paio di mesi fa la decisione dei Monopoli che ha stabilito in 3,73 euro più Iva, dunque circa 4,50 euro, la tassa su ogni flacone da 10 millilitri. Un rialzo che potrebbe comportare un aumento dei prezzi al consumatore del 150%. Per fortuna che rispetto alle sigarette tradizionali il decreto attuativo sulla legge delega fiscale, di cui la decisione dei Monopoli è un’applicazione, aveva previsto uno sconto del 50% sull’accisa.

Nel frattempo, persi fra saracinesche che si abbassavamo, divieti poco chiari e saliscendi dei prezzi, gli svapatori si sono allontanati. Nonostante il trend globale sia in crescita – secondo la banca Well Fargo il giro d’affari mondiale è stimato in 2,5 miliardi di dollari e l’aumento del 2014 è stato del 23% – in Italia a scegliere i vaporizzatori sono circa 800mila persone. Sebbene i primi dati del 2015, ancora ufficiosi, parlino di un rialzo intorno al 25%. Di questi 800mila, tuttavia, solo 250mila sono abituali. Si tratta perlopiù maschi (66%), l’età media è 42 anni e il 66,2% del totale svapa liquidi contenenti concentrazioni più o meno elevate di nicotina. Stando a un’indagine realizzata da Doxa e dall’Istituto superiore di sanità il 18,8% degli svapatori ha smesso di fumare sigarette normali, il 34,3% ha diminuito leggermente e il 7,5% drasticamente. Una testimonianza concreta del ruolo che questi strumenti – che tuttavia non sono certo dispositivi medicali – possono avere per aiutare le persone a smettere di fumare, campo su cui la comunità scientifica non smette di dividersi.

Anche sul fronte salute gli ultimi studi sembrano tuttavia concordare sulla minore dannosità delle sigarette elettroniche rispetto ai prodotti tradizionali che bruciano tabacco e diversi altri elementi cancerogeni. Uno degli ultimi presentati, quello pilota su 65 pazienti affetti da tumore o da infarto miocardico fumatori di almeno dieci sigarette al giorno da almeno 10 anni e firmato da Carlo Cipolla dell’Istituto europeo di oncologia di Milano di Umberto Veronesi – altro grande sostenitore della e-cig anche con nicotina – insieme all’ Ospedale San Raffaele e al Centro Cardiologico Monzino, si è basato sul monitoraggio per sei mesi della fruizione di sigaretta elettronica senza nicotina. Risultati? Il 60% ha smesso di fumare, mentre fra i pazienti che non hanno usato l’e-cig solo il 32% è riuscito a mollare le bionde. Non è un caso che, secondo un report Nielsen di fine 2014, la maggior parte dei fumatori internazionali (73%) dichiari di svapare per smettere di fumare o ridurre il consumo di sigarette tradizionali.

Un’altra ricerca, pubblicata l’estate scorsa su Nature e firmata da Daniel Sarewitz, ha stabilito che la sigaretta elettronica “è uno strumento efficace per contrastare la gravissima tragedia del cancro del polmone”. E mentre un altro studio, pubblicato dal New England Journal of Medicine, avvertiva sul rischio di creazione di formaldeide dalla vaporizzazione ad alto voltaggio, altri nomi noti della medicina nostrana come Riccardo Polosa, ordinario di medicina interna all’Università di Catania e direttore scientifico della Lega Italiana Anti Fumo, l’autore più produttivo su scala mondiale nella ricerca applicata all’e-cig, continuano a sostenerne l’efficacia nella lotta al fumo: “Studi clinici sulla sigaretta elettronica dimostrano effetti positivi sul consumatore di sigaretta elettronica sia in termini di riduzione del danno che del rischio legato al fumo di sigaretta convenzionale – ha detto alla Stampafatto 100 il rischio delle sigarette convenzionali, le elettroniche si attestano ad un valore di 5”.

C’è un altro elemento, stavolta tutto economico, che promette di rianimare il settore sotterrando l’ascia di guerra fra produttori locali e big company. È appunto lo sbarco sul mercato italiano delle e-cig prodotte dal primo colosso del settore, la britannica Imperial Tobacco (Gauloises, Davidoff, Fortuna). Accadrà prima a Roma e da maggio nel resto del Paese tramite le tabaccherie – altro passaggio importante che disinnesca un ulteriore motivo di scontro fra questo tipo di negozi e i punti vendita delle sigarette elettroniche – con Jai, una e-cig lanciata tramite la controllata Fontem Ventures. Si tratta di un prodotto nuovo e in parte diverso da quello dei produttori classici: si svaperanno liquidi prodotti in Francia con un hardware realizzato in uno stabilimento approvato dalla Fda americana a Shenzhen (in Cina) mentre la nicotina, di qualità farmaceutica, proviene da un laboratorio svizzero. Assemblaggio finale Liverpool, Regno Unito, “nel totale rispetto di tutte le norme UE legate alla sicurezza per i consumatori” fanno sapere dal gruppo. Sarà usa e getta – costerà circa 8 euro – ma anche ricaricabile, con un set sui 19 euro che includerà batterie e due ricariche.

Finalmente in Italia si è giunti a una chiarezza normativa e fiscale sulle sigarette elettroniche tale da consentirci di entrare nel mercato – commenta Valerio Forconi, portavoce di Fontem Ventures – negli ultimi anni ha registrato fluttuazioni significative dovute proprio all’incertezza normative e alle demonizzazioni da parte di alcuni sugli impatti sulla salute. Ora pensiamo ci siano tutte le condizioni sufficienti per consentire al settore di tornare a crescere e l’avanzamento delle ricerche scientifiche sul settore ci daranno evidenze chiare sulle opportunità in materia di salute pubblica che questo prodotto potrà dare”.

Nessun timore dai produttori tricolori: “Una scelta del genere non può che far bene alla crescita del settore, nei confronti del quale forse si interromperà un bombardamento lungo due anni” hanno infatti commentato da Anafe. “I grandi player mondiali del tabacco si stanno muovendo, lanciano i loro prodotti per cercare di acquisire grosse quote in questo mercato di cui hanno già intuito l’enorme potenzialità – conclude Assifel, associazione italiana fumo elettronico – ma i consumi sono in crescita, la tecnologia si è evoluta proponendo prodotti più sicuri e performanti che permettono ai tabagisti di effettuare più facilmente il salto dal tabacco ai nuovi dispositivi elettronici”.

Fonte: Simone Cosimi – GQ Italia

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