Opinioni/Salute

WSJ | La crociata sbagliata contro le sigarette elettroniche

‘L’uso a lungo termine delle sigarette elettroniche può ridurre sostanzialmente l’uso di sigarette nei fumatori che non vogliono smettere’

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Quando le e-cig sono arrivare sul mercato USA nel 2007 anche io ero scettico. Presumevo, sbagliando, che fosse un nuovo modo per le multinazionali del tabacco di arpionare fumatori con lo specchietto per le allodole di un prodtto definito più sicuro. Pensavo che fosse di nuovo la storia del meno catrame. Ma più parlavo agli utilizzatori di e-cig, conosciuti come svapatori, più conducevo ricerca (Journal of Public Health Policy, 2011) e rivedevo le sempre maggiori evidenze scientifiche, e più mi convincevo che le sigarette elettroniche hanno un incredibile potenziale di ridurre le malattie e il numero di morti legati al fumo.

Ma molti esponenti del movimento antifumo – in cui sono stato coinvolto per decenni – stanno conducendo una campagna fuorviante contro questi prodotti. E questa campagna potrebbe fare dei danni alla salute pubblica.

L’affermazione più nota riguardo le sigarette elettroniche è che sono una “porta d’accesso” al fumo. Nel settembre 2013 Thomas Frieden, direttore del Centers for Disease Control and Prevention, ha dichiarato che “molti ragazzi stanno iniziando ad usa sigarette elettronice per poi passare al fumo tradizionale”. Ha aggiunto che le e-cig “stanno condannando molti ragazzi a convivere a vita con la dipendenza da nicotina”.

Queste affermazioni sono prive di basi, e anzi le prove dicono che sono false. Un recente studio dell’American Journal of Preventive Medicine (gennaio 2015) suggerisce che le e-cigarettes non stanno funzionando da porta d’accesso al fumo per i ragazzi. Un altro studio della rivista Drug and Alcohol Dependence (febbraio 2015) suggerisce che il potenziale di dipendenza derivante dalle sigarette elettroniche è notevolmente inferiore a quello delle sigarette al tabacco.

Le sigarette elettroniche potrebbero essere persino un deterrente alla dipendenza da tabacco. Il loro uso nelle scuole superioi è triplicato tra il 2011 e il 2013, salendo dall’1,5% al 4,5%, secondo i dati del CDC, e secondo uno studio della University of Michigan è esploso nel 2014 col 16% dei ragazzi della prima superiore, e il 17% della seconda, che ora le usano. Lo studio riporta però anche un declino nel fumo giovanile, sceso a livelli storicamente bassi, rispettivamente al 7.2% dall’11.8% e al 13.6% dal 18.7%.

Esistono altre paure infondate sulle sigarette elettroniche. Non esiste prova che le sigarette elettroniche spingano gli ex fumatori a ritornare prima alla nicotina e poi a fumare. Non c’è inoltre alcuna evidenza che le sigarette elettroniche stiano influenzando negativamente il processo di smettere di fumare. Quello che sappiamo suggerisce che le sigarette elettroniche sono sì una porta d’accesso: sono una porta d’accesso a senso unico che porta lontano dalle sigarette tradizionali verso un prodotto molto più sicuro.

Ma le sigarette elettroniche sono sicure? Certamente no. Se fossero assolutamente sicure, non ci sarebbe alcun dibattito. Di base, il concetto di riduzione del rischio comporta un’alternativa di un prodotto molto più sicuro, ma non sicuro in termini assoluti. Ma le e-cig non debbono essere assolutamente sicure. Hanno bisogno invece di presentare un livello di sciurezza di magnitudo notevole rispetto alle tradizionali, e sembra che ce l’abbiano dato che non hanno combustione e non espongono gli utilizzatori ad oltre 60 fattori cancerogeni presenti nel fumo da tabacco.

Ci sono legittime preoccupazioni nei confronto delle sigarette elettroniche. La FDA deve fissare standard uniformi per per tutte le e-cig e i prodotti del vapore. Questi standard debbono includere flaconi con chiusura a prova di bambino, divieto di vendita o e di marketing nei confronti dei minori, etichette con warning adeguati e istruzioni per tenere lontani i bambini, sicurezza delle batterie, controllo qualità per l’etichettatura della nicotina e la produzione di liquidi, una limitata regolamentazione degli aromi con ad esempio un bando sul diacetilene (che se inalato può provocare una rara forma di di malattia polmonare ostruttiva). Inoltre, la temperatura delle e-cig deve essere regolata per prevenire l’eccessivo riscaldamento dei liquidi, che può risultare nella produzione di formaldeide, un fattore cancerogeno riconosciuto.

Queste regole andrebbero verso la massimizzazione dei benefici delle sigarette elettroniche, minimizzandone i rischi. Ma invece di lavorare su di esse, il prodotto viene demonizzato da coloro che dovrebbero saperlo meglio di altri.

All’inizio del mese il California Department of Public Health ha pubblicato un documento, “Protect Your Family From E-Cigarettes,” che afferma che le “sigarette elettroniche danno dipendenza come le sigarette tradizionali”. Questo è uno schiaffo in faccia alla ricerca pubblicata a dicembre dalla rivista Drug and Alcohol Dependence, che ha mostrato come le e-cig siano diano molta meno dipendenza delle sigarette a base di tabacco. Lo studio ha rivelato che la dipendenza data dalle siigarette elettroniche è equivalente a quella da gomme alla nicotina, un rimedio per smettere di fumare riconosciuto dalla FDA.

Lo stesso documento afferma come “studi mostrino che le e-cig non aiutano le persone a smettere di fumare”. Ma un rigoroso trial clinico su Lancet mostra che le sigarette elettroniche sono efficaci quanto i certotti alla nicotina nell’aiutare a smettere.

Un report dello scorso gennaio del California Department of Public Health sulle sigarette elettroniche —“State Health Officer’s Report on E-Cigarettes: A Community Health Threat”—conclude che “non c’è alcuna evidenza scientifica che le sigarette elettroniche aiutino i fumatoi a lasciare le sigarette tradizionali”. Ma non viene citato lo studio di Lancet, non un altro, trial clinico (Internal and Emergency Medicine, agosto 2014), che conclude che “l’uso delle sigarette elettroniche nel lungo termine può sostanzialmente ridurre il consumo di sigarette nei fumatori che non vogliono smettere, ed è ben tollerato”.

Il mese scorso il New England Journal of Medicine ha riportat livelli estremamemnte alti di formaldeide nell’aerosol di una sigaretta elettronica, concludendo che lo svapo può essere più dannoso del fumo. Ma lo studio è stato realizzato in condizioni non realistiche, in cui il liquido era stato riscaldato eccessivamente. In condizioni realistiche lo studio non ha individuato presenza di formaldeide. Sfortunatamente la paura del “cancro nelle sigarette elettroniche” si era già diffusa tra i media.

Nel Regno Unito, la percentuale dei fumatori che smettono ogni anno ha iniziato a ridursi sino al 2011, ma è aumentata dal 2011 al 2014, periodo in cui l’uso di sigarette elettroniche da parte dei fumatori è aumentato dal 2% al 14%. Uno studio (Nicotine & Tobacco Research, ottobre 2014) riporta che durante lo stesso periodo la probabilità di smettere per i fumatori che usano le e-cig giornalmente erano sei volte maggiori di quelli che non le usavano. Ottime notizie, ma le notizie più recenti non sono così buone.

Bloomberg Business ha riportato che la scorsa estate le vendite di sigarette elettroniche negli USA, e che il loro uso tra i fumatori potrebbe persino essere in declino nel Regno Unito. La percentuale del pubblico che crede che il fumo sia più pericoloso delle sigarette elettroniche è scesa al 65% nel 2013 dall’85% del 2010, secondo uno studio del 2014 dell’American Journal of Preventive Medicine.

Questa è un’incredibile opportunità perduta. La tecnologica dello svapo – o una che simile che potrebbe essere sviluppata – ha il potenziale di essere uno dei maggiori riusltati nella lotta al fumo. Odio dover vedere certe possibilità sprecate a causa della disinformazione che arriva direttamente da parte delle autorità sanitarie, che dovrebbero essre l’avanguardia nella riduzione del danno derivante dalle sigarette tradizionali.

Fonte: Michael B. Siegel – Wall Street Journal

Il dottor Michael Siegel è professore presso il Department of Community Health Sciences della Boston University School of Public Health. Alle spalle ha 25 anni di esperienza nel campo della lotta al tabacco, tema su cui ha pubblicato oltre 70 papers, oltre ad aver testimoniato nella causa Engle, costata alle multinazionali $145 miliardi.

 

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